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Un ragazzo su 10 ha i genitori nati altrove: non chiamateli più stranieri

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Sono circa 500 mila le minorenni di origine immigrata presenti Italia. «Le ragazze spesso non si sentono sufficientemente ascoltate e compr...

Sono circa 500 mila le minorenni di origine immigrata presenti Italia. «Le ragazze spesso non si sentono sufficientemente ascoltate e comprese dalle loro famiglie e vivono situazioni conflittuali nei rapporti con i genitori, a causa delle amicizie, delle relazioni sentimentali, della gestione del tempo extrascolastico. Allo stesso tempo, si sentono a disagio nei confronti delle coetanee, a causa delle diverse condizioni economiche che non permettono loro di seguire la moda, frequentare con assiduità luoghi di socializzazione, avere gli stessi margini di autonomia. Inoltre, secondo le adolescenti la figura femminile in Italia è più preservata e spesso ha la possibilità di accedere a un percorso scolastico ed educativo al quale non avrebbe accesso nel paese di origine», si legge nel report.

Nei focus group realizzati, i ragazzi hanno parlato sia di classi molto solidali, amichevoli, con rapporti sereni, che, al contrario di casi e situazioni di esclusione, discriminazione e bullismo non necessariamente razzista: forme di aggressività o esclusione più dovute alla diversità che al fatto di essere “stranieri”. Sono stati segnalati tanti casi in cui in classi molto eterogenee la diversità era vista come naturale e positiva mentre essere l’unico “straniero” all’interno di gruppi compatti è percepito come situazione più problematica. Sono emersi molti casi di discriminazione e forte disagio relazionale. Più di un ragazzo ha affermato che è compito delle nuove generazioni di origine immigrata instaurare un dialogo costruttivo con i genitori, aiutarli a capire, ad accettare alcuni cambiamenti, nella consapevolezza che non sempre è possibile trovare un punto di accordo: “È un compito nostro far capire ai genitori che ci stiamo integrando. Ciò che dobbiamo fare è rispettarli e capire se sono persone agili e possono essere cambiate oppure no. Se possono esserlo bene sennò vogliamo loro bene, portiamo rispetto ma noi andiamo avanti lo stesso. A volte creiamo noi quell’ostacolo. Ti vogliono bene, sicuramente non è da discutere. Ma noi giovani dobbiamo capirli, capire se possono cambiare o no. Se sì, bene. Se no, non dobbiamo vivere in quella gabbia. Non si può dire: Non sono stato bene perché mia madre era così. Non è vero, dipende da te”.

«Quelli di nuova generazione sono bambini e ragazzi per i quali i diritti della Convenzione di New York valgono come per tutti i loro coetanei», avverte l’Autorità garante, Filomena Albano. «Con lo studio avviato a maggio 2018 dalla Consulta delle associazioni e delle organizzazioni dell’Agia abbiamo rilevato buone pratiche e criticità, grazie a docenti universitari, esperti, magistrati, avvocati e rappresentanti delle associazioni dei ragazzi di seconda generazione e delle comunità straniere in Italia. Abbiamo ascoltato la voce dei ragazzi di nuova generazione e ne sono scaturite, oltre che storie e testimonianze, una serie di indicazioni sulle azioni possibili per la loro inclusione e partecipazione. Azioni che le istituzioni - in particolare la scuola - gli operatori, i professionisti e le organizzazioni sono sollecitate a porre in atto».

Tra le raccomandazioni presentate spicca la sensibilizzazione del personale che entra in contatto con bambini e ragazzi di nuova generazioni sulle loro specificità culturali, in particolare a scuola. E ancora: la presenza di mediatori linguistici e culturali ai colloqui dei genitori con gli insegnanti; servizi di orientamento scolastico che oltre a fornire a genitori e ragazzi le informazioni pratiche rilevino competenze, incoraggino, sostengano l’autostima di genitori e figli, costruendo percorsi formativi adatti a loro e non basati su visioni stereotipate; il concreto supporto alla genitorialità, con un’attenzione particolare per il coinvolgimento delle mamme che in molti casi sono più esposte al rischio di rimanere isolate; il rafforzamento dell’educazione alla relazione e alla salute riproduttiva e sessuale. «Anche il linguaggio e le narrazioni che li riguardano hanno bisogno di una revisione. Per questo abbiamo invitato l’Ordine dei giornalisti a collaborare con gli stessi immigrati o con le nuove generazioni di origine immigrata come testimoni privilegiati per pervenire a questo risultato», conclude Albano. Non “stranieri” ma “nuove generazioni di origine immigrata”.


by Sara De Carli via Vita.it - Ultim'ora - News Feed

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Un ragazzo su 10 ha i genitori nati altrove: non chiamateli più stranieri
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