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La Via Crucis di suor Eugenia: « tutti responsabili del problema, tutti parte della soluzione»

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«Era una sera fredda e piovosa del 2 novembre 1993. Stavo lasciando il Centro Caritas di Torino, in cui lavoravo da alcuni mesi, dopo il mi...

«Era una sera fredda e piovosa del 2 novembre 1993. Stavo lasciando il Centro Caritas di Torino, in cui lavoravo da alcuni mesi, dopo il mio rientro dall’Africa, per recarmi a Messa, quando una donna africana entrò con una lettera di un medico. La donna appariva timida ed imbarazzata. Dal suo portamento e abbigliamento compresi che forse era una delle tante donne che, di giorno o di notte, vendevano il proprio corpo sulle nostre strade. Mi trovai a disagio. Lessi la lettera e le feci qualche domanda. Le sue risposte erano a monosillabi. Era malata, bisognosa di un'operazione, ma, essendo priva di documenti, non poteva essere ricoverata in un ospedale pubblico quindi fu indirizzata al nostro Centro. Maria aveva poco più di trent’anni ed era madre di tre bambini, lasciati in Nigeria per venire in Italia. Sperava di lavorare per aiutare la sua famiglia, ma si trovò sulla strada, vittima della tratta delle nuove schiave. Non capiva l’italiano, quindi parlammo in inglese. Rievocando la sua storia e i suoi vincoli familiari, cominciò a piangere, dicendo: "Sister, please, help me, help me" (Suora, per favore, aiutami, aiutami!)». Suor Eugenia Bonetti ricorda così l’incontro con Maria. Un incontro che ha cambiato la sua vita. Suor Eugenia è una missionaria della Consolata: a lei Papa Francesco ha chiesto di scrivere le riflessioni per la Via Crucis del venerdì santo al Colosseo.

Il racconto di quella notte, suor Eugenia l’ha fatto ormai diversi anni fa ai giovani impegnati in un cammino missionario (qui il testo integrale della sua testimonianza). Oggi è presidente dell’Associazione “Slaves no more”. A Vatican News ha spiegato di aver accettato dopo un iniziale momento di “imbarazzo”, perché si è resa conto che poteva essere “una grande opportunità”, “non per me, ma per le tante persone che in tanti anni abbiamo conosciuto, abbiamo aiutato, stiamo aiutando”. Ha pensato allora una Via Crucis «con Cristo e con le donne sulla via della croce», con le vittime della tratta, i minori mercificati, le donne costrette alla prostituzione, i migranti ricordati nelle 14 stazioni perché «sono i nuovi crocifissi, che devono risvegliare le coscienze di tutti»: «vittime delle nostre chiusure, dei poteri e delle legislazioni, della cecità e dell’egoismo, ma soprattutto del nostro cuore indurito dall’indifferenza». «Purtroppo molte volte oggi non sappiamo più scorgere chi è nel bisogno, vedere chi è ferito e umiliato – scrive la religiosa - spesso rivendichiamo i nostri diritti e interessi, ma dimentichiamo quelli dei poveri e degli ultimi della fila». Il richiamo per tutti è quello a «crescere nella consapevolezza che tutti siamo responsabili del problema» e che «tutti possiamo e dobbiamo essere parte della soluzione», si legge nell’ottava stazione. E nell’ultima stazione, quella che conduce al sepolcro di Gesù, come non pensare ai «nuovi cimiteri di oggi»: il deserto e i mari, dove trovano riposo «uomini, donne, bambini che non abbiamo potuto o voluto salvare».

Ma torniamo a quella sera di tanti anni fa. «Io ero molto confusa, non sapendo che cosa fare e che cosa dire. Ero anche preoccupata perché non volevo arrivare in ritardo a Messa: in quel momento, la Messa era più importante per me che occuparmi dei problemi di Maria! Le chiesi di ritornare il mattino seguente. Maria volle accompagnarmi in chiesa. Per strada notavo quanto la gente fosse sorpresa al vedere una Missionaria della Consolata camminare per via con una "prostituta"! In chiesa Maria si inginocchiò nell’ultimo banco e la sentii singhiozzare. Mi scostai ma non riuscii a pregare. Mi venne in mente la parabola del Fariseo e del Pubblicano e ricordai le molte volte in cui io stessa avevo personificato la parte del Fariseo. Quante volte avevo pensato che, essendo io una religiosa e missionaria, ero migliore di tante donne costrette a "battere" la strada! Ho passato una notte insonne; mi misurai con il "mio" Mistero Pasquale: dovevo morire ai miei interessi personali, per riscoprire la vita nuova della Pasqua, un modo nuovo di essere missionaria della Consolata, per Cristo e il suo popolo. Questa situazione mi sfidava, Maria mi metteva alla prova e interpellava la mia vita, la mia vocazione, le mie convinzioni, le mie motivazioni ed i miei valori. Dentro mi risuonavano queste frasi: Eugenia, "Dove è tua sorella?" (Gn 4:9). "Dove è Maria?" "Dove sono questa notte tutte le 'Marie' della strada?". Il mio incontro con Maria mi costringeva ad una scelta più radicale nella mia sequela di Cristo. Sentivo che il Signore, che mi aveva precedentemente chiamata ed inviata in Africa, ora mi chiamava ad essere un segno profetico di speranza, di compassione e consolazione, uno strumento della sua misericordia e del suo amore per altre donne africane, sfruttate ed emarginate e non più in Africa, bensì nel mio Paese. Lui mi additava una nuova frontiera, per me sconosciuta. Allora mi arresi. Il mio nuovo servizio missionario d’ora in poi sarebbe stato nel centro storico di Torino tra le donne immigrate. Con la suo forza ed aiuto ero ormai disposta ad affrontare la nuova sfida e pronta a pagarne il prezzo e se necessario a rischiare la mia stessa vita. Maria si ristabilì, e non solo fisicamente. Con coraggio e determinazione, abbandonò la strada, entrò in una comunità di accoglienza, partecipò ad un corso di lingua e di preparazione professionale, trovò un’occupazione e intraprese una nuova vita. Divenne per me una guida discreta, perché mi aiutò ad entrare e capire il "mondo della notte”».

Foto Unsplash


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