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Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo?

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Per noi cosiddetti cristiani alloggiati nella "confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà" della vecchia Europa...

Per noi cosiddetti cristiani alloggiati nella "confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà" della vecchia Europa, il continuo stress causato dalle rapidissime mutazioni sociali in atto rischia d'immobilizzarci, spingendoci a desiderare una "restaurazione dell'impossibile", un ritorno a un passato immaginario dove l'appartenenza cristiana garantiva certezze, stabilità, consolazione.

Oggi non è possibile abitare in zone franche e si è sempre più costretti a guardare il mondo con occhi adulti assumendosi il peso della responsabilità dell'azione, del giudizio, del conflitto. Mai come oggi ai cristiani è chiesto di essere non solo i praticanti di una credenza religiosa, i difensori di una "fede", ma piuttosto, di dire la propria, d' indicare strade alternative, di pensare insieme ai credenti di altre fedi un mondo migliore di quello che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.

L'impossibile ritorno

Se è vero che: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore", occorre chiedersi come agire per fare in modo che dalle prediche si passi alla quotidianità senza rimanere impantanati nella palude dell'opportunismo, della rassegnazione, del compiacimento.

Se con attenzione si analizzano le critiche rivolte dalle "persone comuni" a Papa Francesco (nulla a che vedere con i tentativi molto seri di critica come quello di Marco Marzano, ad esempio) ci si rende facilmente conto che si rimprovera al Papa di essere troppo "aperto" nei confronti del mondo, di volere essere prima di tutto un "politico", un "comunista", un "amico dei migranti" e di non dare più la giusta importanza a "Dio".

Queste critiche rivendicano una "tradizione" tradita, offesa, ignorata di cui ci si sente privati di fronte a un impegno nei confronti dei problemi del mondo, quello ecologico in particolare, troppo grandi e distanti dalla quotidianità dei credenti.

In questa tensione tra passato e futuro si collocano due volumi apparsi di recente che ci aiutano a riflettere su la qualità del nostro impegno civile.

Lavoro e cristianesimo

Il primo volume di Sandro Antoniazzi e Costantino Corbari, Lavoro e cristianesimo. Un problema aperto (Jaca Book, Milano 2019), affronta il difficile rapporto tra Chiesa e mondo del lavoro. Il volume è diviso in due parti: nella prima ci sono interviste ad esponenti di spicco del mondo cattolico che si sono impegnati anche nel mondo sindacale e del lavoro. Nella seconda parte si riflette sulle relazioni tra dottrina sociale della Chiesa e mondo del lavoro. Le interviste convergono in un punto: "Oggi il tema del lavoro va interpretato tenendo presente il legame con l’innovazione tecnologica, la globalizzazione. È legato anche, come sottolinea la Caritas in veritate di Benedetto xvi, al rapporto tra occupazione, disoccupazione e povertà. La relazione tra questi fattori rappresenta una frontiera nuova". (p. 33).

Il libro mette in evidenza come di fronte alle rapide trasformazioni che hanno cambiato il mondo del lavoro molti cattolici si sono sentiti privi di riferimenti perché: "Ritenere la religione un’attività rivolta allo spirituale e al trascendente è un fatto pacificamente accettato e riconosciuto, ma pensare che la religione abbia qualcosa da dire e che intervenga sui problemi economici, sociali e politici non è una cosa facile da accettare e tanto meno da spiegare e attuare. Ancora oggi, a distanza di tanti anni e dopo infiniti interventi e dibattiti, sia il fondamento teologico della dottrina sociale come i motivi di una sua scarsa recezione nella coscienza dei cattolici, rappresentano problemi che rimangono aperti" (p. 126). Sembra quasi che il vero problema sia che "la dottrina sociale, al di là del nome, non è entrata a far parte della concezione cristiana della vita" (p. 145). Ottima la sintesi che Sandro Antoniazzi propone per focalizzare i principali problemi odierni:

"Continua così a rimanere radicata l’impostazione di un tempo, per cui i problemi della vita quotidiana e sociale sono affrontati sulla base della legge naturale (o dei dieci comandamenti, ma le due cose si equivalgono). La religione riguarda esclusivamente la sfera spirituale. Questa visione morale presenta molti problemi: – in un mondo complesso e fortemente strutturato, non sono facilmente rilevabili le evidenze etiche (possono essere relativamente comprensibili comandamenti come non rubare, non uccidere, ecc., ben diverso è parlare di etica finanziaria, aziendale, fiscale, ambientale e così via); – il mondo attuale è in continua evoluzione e l’adeguamento alle nuove situazioni presenta non facili problemi; spesso si rimane legati alle posizioni precedenti (come capita di verificare quotidianamente); – di fronte al mondo secolarizzato la reazione di molti cristiani è spesso di indignazione morale, però poi ci si ferma lì; non sapendo cosa fare cresce l’impotenza e di conseguenza l’irritazione (benignamente chiamata “indignazione”, ma è molto di più perché è una rabbia trattenuta a fatica, che può esplodere in dati contesti); – i cristiani tendenzialmente sono alieni e contrari al conflitto, ma il conflitto è ormai una dimensione normale dei processi economici e sociali. È giusto tendere alla concordia, ma come risultato finale da perseguire, non come una precondizione, quasi una pregiudiziale. Ciò costituisce per i cristiani un impedimento concreto a una maggiore presenza; – il militante ha bisogno di una morale concreta, legata alla situazione oggettiva, che può nascere solo dalla esperienza e dalla condivisione" (pp. 172-173).

Il richiamo di Antoniazzi alla dimensione del conflitto mi pare essenziale. Se non si riesce a "dare ragione della speranza" in quei luoghi dove il conflitto sociale è più forte e dove le persone lottano per sopravvivere non è pensabile che si possa imporre una fede che il più delle volte è letta come l'ennesima imposizione, l'ennesimo sopruso. Di fronte allo scempio di un capitalismo che lascia sempre più persone ai margini non si leva dai pulpiti delle chiese una voce chiara e forte di condanna e una possibile alternativa.


by via Vita.it - Ultim'ora - News Feed

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giornale libertà: Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo?
Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo?
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