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Paura delle baby gang? Diamo agli adolescenti un'alternativa per costruirsi l'identità

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Nove minorenni sono stati arrestati a Milano. L’accusa, per loro, è quella di rapina aggravata e lesioni. La baby gang (composta da ragazzi...

Nove minorenni sono stati arrestati a Milano. L’accusa, per loro, è quella di rapina aggravata e lesioni. La baby gang (composta da ragazzi tra i 15 e i 22 anni) ha agito «con la modalità del branco» fra giugno 2017 e aprile 2018 nella zona dell'Arco della Pace, uno dei punti della movida milanese. «Nonostante l'età, si sono dimostrati capaci di agire con un'efferatezza sprezzante di ogni legalità e di qualsiasi rispetto per le vittime» ha scritto il gip, parlando di una violenza tale «da denotare grande pericolosità sociale». Joseph Moyersoen, esperto di giustizia minorile, è stato per 15 anni giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Milano e ha da poco curato il volume “La messa alla prova minorile e reati associativi” (Franco Angeli).

Qual è la prima cosa da sottolineare, per non fermarsi a un commento superficiale di notizie di cronaca di questo genere?
La prima cosa da tener presente è che l’aggregazione giovanile in bande o in organizzazioni di criminalità organizzata è legata (a parte per quelle di origine famigliare come la ‘ndrangheta) a una situazione di disagio personale. Questi ragazzi trovano nel contesto della banda la condizione per rafforzare la propria identità personale che non trovano in altri contesti, a cominciare dalla famiglia: la banda diventa il luogo alternativo di costruzione dell’identità, in mancanza di altri luoghi. È una dinamica che emerge in maniera molto evidente nelle bande latinoamericane, dove alle spalle ci sono famiglie destrutturate, spesso manca la figura paterna, la madre si sposta in altro Paese e magari lì si costruisce una nuova famiglia e a un certo punto richiama a sé il ragazzo, senza prepararlo a nulla. È un aspetto da tenere presente fin dalla fase dell’indagine.

Il secondo?
L’opinione pubblica tende a chiedere il carcere… ma sono soggetti in età evolutiva, in continuo cambiamento, anche molto rapido. Questo va tenuto presente. L’aspetto educativo del processo penale e degli interventi e strumenti utilizzati deve essere prioritario rispetto a tutto. Gli obiettivi sono il reinserimento sociale e l’abbattimento del rischio di recidiva. Se c’è solo l’aspetto punitivo, è chiaro che non abbiamo risolto il problema.

In questo caso, come un anno fa nella cronaca delle baby gang di Napoli, c’è una violenza gratuita che emerge con forza e che e spaventa molto. Ma cosa dire per andare oltre la paura?
La violenza è un aspetto endemico, fa parte dei rituali stessi per essere accettati dalla banda, per esempio le band latinoamericane necessitano di compiere alcuni atti per poter essere ammessi. D’altra parte le azioni devono essere di prevenzione. Senza questo si rimane molto colpiti da questi eventi di cronaca, che vengono anche molto enfatizzati ma poi rimane tutto lì, non c’è mai un approfondimento per capire il contesto, cosa si può fare e come evitare che si ripeta in futuro. Le azioni preventive sono indispensabili, per esempio reintrodurre l’educazione civica e alla legalità nella scuola è un intervento utile.

Giusto un anno fa, per Napoli, si disse che la prima cosa da fare è smantellare il gruppo. Secondo lei la prima cosa da fare qual è?
Il problema è che questi ragazzini spesso non hanno alternativa alla criminalità organizzata. È molto significativa il modello sperimentato dal Tribunale di Reggio Calabria con “Liberi di scegliere”, all’inizio molto osteggiato (è ampiamente presentato nel volume e ormai noto al grande pubblico grazie alla omonima fiction trasmessa su Rai1, qui recensita da Moyersoen) per cercare di dare un’alternativa ai ragazzi, fargli intravedere l’esistenza di un mondo diverso da quello in cui crescono e che rischia di segnare il loro destino prima ancora di essere adolescenti. L’intervento è finalizzato a sradicare dal contesto ambientale e famigliare, portare i ragazzi lontani dal loro territorio, per mostrare loro che c’è altro nel mondo, che c’è la possibilità di costruire un percorso di crescita e anche professionale fuori dalla criminalità organizzata, con altre regole. Venire a conoscenza di questa opportunità è già tanto, per loro che non vedevano altro. Un ragazzo di questo progetto oggi lavora al Cern di Ginevra, ha fatto un percorso che sarebbe stato letteralmente impossibile se fosse rimasto nel suo contesto… sarebbe in carcere.

Nel volume c’è un capitolo di approfondimento che presenta il rito processuale come antidoto al rito della banda. Perché?
È un capitolo molto interessante sulla funzione del rito processuale, fondato su principi e regole che sono altri rispetto alle regole e ai riti della banda. Il processo diventa la prima occasione per comprendere regole diverse e adeguarsi.

Diceva già prima di come il carcere per soggetti in età evolutiva abbia poco senso. Lo strumento principe quindi è la messa alla prova?
La messa alla prova è caratterizzata da quella flessibilità che è necessaria per ragazzi in continuo cambiamento, non già strutturati: parlo di ragazzi che nel loro percorso sono stati in contesti che li hanno portati a introiettare certi comportamenti. Flessibilità significa "caso per caso" ma anche in relazione all’evoluzione del singolo caso. La messa alla prova può essere applicata non solo ai reati meno gravi ma anche ai più gravi, non solo a ragazzi incensurati ma anche a chi ha compiuto reati pregressi… soprattutto questo istituto viene utilizzato in una fase in cui siamo ancora nel processo, in altri Paesi avviene in esecuzione della pena, qui non è una anticipazione della condanna - certo ci vuole ammissione di responsabilità - ma un lavoro sulla motivazione e sul cambiamento. Questi percorsi hanno un alto tasso di esito positivo, andando a vedere i certificati penali da adulti di ragazzi che hanno partecipato a messa alla prova, si vede che il tasso di recidiva crolla.

Foto Unsplash


by Sara De Carli via Vita.it - Ultim'ora - News Feed

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