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La volontaria di Sea-Watch: «Mi porto a casa la forza delle persone salvate»

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Quando hai deciso di imbarcarti su SeaWatch3? Faccio parte fin dal suo inizio di Mediterranea, un’organizzazione fondata da un gruppo di p...

Quando hai deciso di imbarcarti su SeaWatch3?
Faccio parte fin dal suo inizio di Mediterranea, un’organizzazione fondata da un gruppo di persone della società civile che si sono unite per fare campagna di informazione diretta su quanto accade in mare anche attraverso un’imbarcazione, la Mar Ionio, che ha documentato diversi salvataggi e che si sta preparando per tornare in mare. Qualche mese fa Mediterranea ha creato con le ong Sea-Watch e Proactiva Open Arms il progetto United 4 Med, e in virtù di questo progetto quando c’è stata necessità di un cambio di equipaggio a bordo di SeaWatch3 mi sono resa disponibile. È arrivato l’ok e sono salita a bordo venerdì 4 gennaio, quando la nave era al largo di Malta ancora senza autorizzazione allo sbarco.

Di quante persone era composto l’equipaggio della tua missione?
Eravamo in 22, di età compresa tra 25 e 50 anni, provenienti da varie nazioni europee come Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera, Olanda e Portogallo.

Quali sono state le tue prime impressioni un avolta salita a bordo?
Ho avuto subito un impatto molto forte: le persone salvate erano a bordo da parecchi giorni e lo sconforto era alto, dato che non arrivava il nulla osta allo sbarco nonostante la costa era molto vicina. Per questi esseri umani la sensazione prevalente è quella di essere trattati come merce, senza i diritti basilari di ogni altro uomo o donna. Questo aspetto l’ho riscontrato anche nel secondo gruppo, quello che ho conosciuto dal salvataggio fino allo sbarco nel porto catanese. Tra di noi a bordo le relazioni erano alla pari: l’equipaggio si confrontava con chi aveva salvato raccogliendo da loro esperienza traumatiche sul loro viaggio e la permanenza in Libia. Molti hanno perso parti di sé laggiù, ma per loro era molto doloroso pensare che nemmeno alle porte dell’Europa la propria dignità venisse rispettata, dato che non erano autorizzate a sbarcare. “Quante cicatrici dobbiamo mostrare, per far sì che ci diate una mano?”, chiedevano sconsolati.

Vivendo in prima persona l’esperienza del “blocco dei porti”, che idea ti sei fatta dell’attuale approccio europeo?
Ho sentito dal vivo sulla pelle delle persone trattenute in mare l’ipocrisia di un sistema di potere che interviene sulle traversate in mare ma non va a fondo nello scardinare le cause che provocano le partenze delle persone di propri Paesi e le successive violenze in Libia. E’ stato umiliante vedere come sia stata data l’autorizzazione a portare a bordo viveri e il materiale per pulire il bagno chimico ma non sia stato subito concesso un porto, soprattutto nei cinque giorni passati davanti al molo di Siracusa. Dico questo sottolineando come di fatto l’espressione “Porti chiusi” sia sbagliata, dato che è impossibile farlo al livello legale e quindi si stanno facendo passaggi poco chiari riguardo al diritto marittimo e a convenzioni internazionali che vengono così infrante. Inoltre è oltremodo inquietante che ora si discuta su quanto sia lecito o meno il salvataggio delle persone in mare e si attacchi chi aiuta.

Come ci si sente a essere persone che vengono criminalizzate per la loro opera di solidarietà?
C’è un sentimento di forte rabbia che non nascondo, ma non è rabbia verso qualcuno, è piuttosto rivolta verso la situazione in generale e verso l’odio che viene rivolto a chi si dimostra solidale. Questa sensazione è molto più importante degli attacchi personali che uno può ricevere: essi passano in secondo piano perché l’ingiustizia collettiva che si sta consumando è la prima fonte di preoccupazione e quella dove vanno rivolte le energie. È stato sconvolgente, per esempio, sentire discussioni su “quanto sono minori i minorenni a bordo”, quando ognuno di loro è una persona con forza e dignità ben superiore a quella della maggior parte di noi solo per il fatto di essere sopravvissuti a un viaggio drammatico. Non meritano tutto questo, davvero.

Ti viene in mente un episodio che invece ricordi con positività?
Sì, ho il vivo ricordo del giorno in cui a Siracusa molte persone si sono ritrovate nella zona del porto per manifestare la loro solidarietà alla nostra nave. L’immagine che ancora oggi mi emoziona e quella di molti dei 47 migranti recuperati che non smettevano di guardare con il binocolo la manifestazione e ci chiedevano di fare vedere loro i video che ci arrivavano via telefono sia da Siracusa che da Genova, dove quel giorno almeno 10mila persone hanno sfilato per l’accoglienza. Li ho visti sorridere ed emozionarsi di fronte a quel supporto, capace di dare loro nuova speranza. Anche noi dell’equipaggio abbiamo provato emozioni intense.

Come hanno reagito i tuoi conoscenti sapendoti a bordo mentre il tema rimbalzava in ogni mass media italiano e internazionale?
Devo dire che ho ricevuto un grande supporto. Molte persone, dai parenti agli amici, avevano voglia di farmi sentire la loro vicinanza sia dal punto di vista umano che “politico” e questo l’ho apprezzato molto. Non ho ricevuto messaggi negativi, immagino che se anche qualcuno fosse stato contrario alla mia scelta in quei giorni ha preferito non farsi sentire.

Se una persona volesse supportare o diventare volontaria di United 4 Med che passi deve fare?
Stiamo raccogliendo fondi per le prossime missioni in mare e ogni informazione si può trovare sul sito di Mediterranea o Sea-Watch, per esempio. Lì ci sono anche ulteriori informazioni sul progetto e chiunque fosse interessato a farne parte può mettersi in contatto con noi.


by Daniele Biella via Vita.it - Ultim'ora - News Feed

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La volontaria di Sea-Watch: «Mi porto a casa la forza delle persone salvate»
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