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Il lavoro negato al tempo della gig economy

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Il secondo libro Il lavoro negato di Maria Efisia Meloni e Nereide Rudas (Mimesis, Milano 2019) è un libro sulle conseguenze psicologiche d...

Il secondo libro Il lavoro negato di Maria Efisia Meloni e Nereide Rudas (Mimesis, Milano 2019) è un libro sulle conseguenze psicologiche dell'assenza di lavoro nella vita delle persone. Le osservazioni contenute nel volume si appoggiano a una ricerca condotta su un campione di 1045 disoccupati sardi, caratterizzata da uno studio traversale con una metodologia articolata sul colloquio e la somministrazione di una complessa batteria di test. Le risultanze emerse sono espressione di una ricerca che ha focalizzato l’attenzione su come le persone affrontano un momento così critico, con il coinvolgimento e il malessere emotivo che convivono nel tentativo di conservare una gestione attiva della propria vita.

Le principali osservazioni che sono state ricavate da questa ricerca ci dicono che: "la deprivazione lavorativa, specie se prolungata o peggio cronica, rappresenta un evento stressante grave e drammatico. Dalla strategia difensiva che la persona deprivata mette in campo, si determinano risposte organiche e psichiche rilevanti, che possono esitare in numerosi e variegati disturbi e quadri morbosi, non esclusi quelli tumorali e psicotici. La deprivazione lavorativa cronica non necessariamente e automaticamente determina un disturbo o una malattia. È stato tuttavia scientificamente dimostrato che in molti disturbi e malattie, in cui figuravano fattori concomitanti con lo stress, specie se cronico, giocava un ruolo rilevante. La deprivazione lavorativa non determina un effetto lineare causa-effetto. Non è perciò corretto affermare che una depressione a valle di un licenziamento (ad esempio) sia stata causata da quel licenziamento. Non si parla in termini di causa-effetto ma in termini di correlazioni statistiche e loro significatività" (pp. 25-26).

La deprivazione lavorativa, pur se misurata con diverse scale, risulta un evento di vita altamente perturbante. La sua valenza negativa aumenta sensibilmente se il Life Event (perdita di lavoro) non rimane un evento unico e isolato, ma si presenta insieme ad altri Life Event. La correlazione più frequentemente accertata è tra deprivazione lavorativa e quadri depressivi. (p. 28).

Il lavoro negato


Fondamentali appaiono queste analisi fenomenologiche della percezione del tempo: "In chi-non-è-nel-lavoro si modificano i vissuti del tempo e dello spazio, i due parametri entro i quali si declina l’esistenza. [...] Il tempo, non più scandito dai ritmi lavorativi, può apparire, specie all’inizio, un tempo più libero e più aperto. Ma man mano che la situazione deprivativa procede e la persona prende coscienza della propria situazione, la temporalità si deforma e si degrada e, insieme, si carica d’incertezza, d’ansia e paura. Il tempo, non più riempito dal lavoro e dal suo significato, si disarticola e si appiattisce: diviene un tempo disossato. I giorni diventano uniformi, monotoni, uguali a sé stessi: un solo oggi: dilatato e mostruoso, che non trapassa nel domani. Sono frequenti i reflussi nel passato, carichi di rimpianto per una vita attiva e forse gratificante. Quando, infatti, la partecipazione al presente diviene disagevole e penosa e la proiezione nel futuro incerta e bloccata, la gratificazione temporale viene ricercata nel passato" (p. 33)

" Chi-non-è-nel-lavoro può sentirsi non situato, non solo nel luogo del lavoro (rimosso da esso), ma non-situato esistenzialmente. Non più ubicato in una spazialità, egli può allora avvertirsi in maniera destabilizzante, andare incontro alla sensazione di essere ovunque e in nessun luogo. Questa alterazione del vissuto può conferire allo spazio una dimensione di estraneità, di in-familiarità. I luoghi, le strade e persino la propria casa possono così colorarsi di una tonalità spaesante di smarrimento e di angoscia ". (p. 34)

"Il deprivato del lavoro va incontro ad un’altra solitudine che ho definito solitaria. Va incontro ad una solitudine contraria, solitudine non scelta, ma subita, ad una solitudine abbandonica. Essa si specifica nella sofferenza tormentosa dello “stare-soli” e si declina come momento passivo che allontana dal processo di autenticazione, pervenendo non ad un arricchimento dell’Io, ma ad un suo impoverimento. È questa seconda dimensione della solitudine che si avverte come condizione dell’essere-stati-lasciati soli, d’essere stati trascurati, abbandonati, alla deriva del proprio destino. La solitudine abbandonica che si demarca nell’orizzonte di una zona d’ombra, ai confini della dis-realtà. Questo profondo vissuto di abbandono, di insicurezza, e di minaccia, sentimento di inautenticità, si può coniugare con una situazione “oggettiva” di isolamento, di emarginazione sociale in cui il deprivato lavorativo può incorrere. È a questa perdita di individualità e socialità che si correlano i più gravi rischi psicopatologici" (p. 35).

Fondamentale poi, a mio giudizio, è questa riflessione sull'urgenza dell'azione di liberazione da condurre con chi non è nel lavoro: "Rispetto ai diritti civili, essendo il lavoro un diritto pressoché universalmente riconosciuto (ed essendo un valore fondante della nostra stessa Repubblica), ne risulta che il deprivato-del-lavoro non è libero di esercitare un suo diritto costituzionale fondamentale. Il discorso tende così ritornare ai suoi assunti iniziali e si conclude. La deprivazione lavorativa è una delle grandi tragedie individuali e sociali del nostro tempo. Essa ci interroga profondamente e ci chiama a una partecipazione. Portare alla luce questi uomini che la deprivazione lavorativa ha reso invisibili, e restituire loro salute, dignità e libertà è il preciso compito di ognuno di noi e di voi tutti insieme" (p. 37).
Libro importante questo perché ci permette di avere uno strumento d'interpretazione della sofferenza delle persone che si trovano in una condizione assurda: vivono in una Repubblica fondata sul lavoro, ma sono senza fondamenta perché non sono nel lavoro.

Lavoro come vocazione

Più approfondisco il tema del lavoro e più mi rendo conto che siamo di fronte a uno dei problemi più urgenti e decisivi del nostro tempo. Troppe persone restano fuori dal mondo produttivo e diventano facilmente scarti di una società improntata al consumo e allo spreco. Spreco di vite, di energie, di creatività, di sogni. Eppure, se guardo a questo nostro Paese, vedo tantissimo lavoro da fare: lavoro per ricostruire tutti i comuni colpiti dai terremoti; lavoro per mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici e privati nelle zone sismiche; lavoro per costruire strutture antisismiche in grado di ospitare servizi essenziali come scuole e ospedali; lavoro per bonificare le terre inquinate dai rifiuti, per tutelare la costa e il paesaggio. Lavoro per recuperare e mettere in rete tutto il patrimonio artistico e culturale, lavoro per ricucire le periferie, per liberare le città dal traffico e dallo smog, per renderle vivibili e sicure. Lavoro per recuperare tutti i casolari di campagna abbandonati e trasformarli in centri di agricoltura naturale capaci di produrre cibo fresco e a basso costo. Lavoro per trasformare le aree industriali dismesse in centri culturali e artistici. Lavoro per piantare milioni di alberi in grado di regalarci ossigeno e ombra e per regolare il clima. Lavoro per convertire le produzioni inquinanti in produzioni eco-sostenibili. Lavoro per creare un esercito d’insegnanti entusiasti e preparati per colmare il ritardo culturale,
Non servirebbe un esercito di medici, infermieri, sanitari, per rendere le cure più umane e disponibili per tutti? Non servirebbe una immensa quantità di giovani al lavoro per costruire un Paese democratico, culturalmente avanzato, in cui convivono pacificamente tutte le religioni e le culture in una paidéia sostenuta da un etica universale?
Credo che questo nostro Paese abbia un immenso bisogno di lavoro. Compito della politica prima, e del sistema produttivo poi, rendersi conto che il lavoro non è una merce, non è un costo e non è una funzione. Il lavoro è la possibilità concreta che abbiamo di dare forma ai nostri desideri, ai nostri sogni alle nostre aspirazioni. C'è "al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una
destinazione, una vocazione" nel lavoro. Ritrovarne "il senso" profondo è il nostro compito.


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Il lavoro negato al tempo della gig economy
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