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Dall'Emilia Romagna la prima mappa degli hikikomori: 346

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Nel viaggio che Vita ha fatto qualche mese fa tra gli adolescenti, la parola hikikomori era comparsa più volte . Ne aveva parlato ad esem...

Nel viaggio che Vita ha fatto qualche mese fa tra gli adolescenti, la parola hikikomori era comparsa più volte. Ne aveva parlato ad esempio Cesare Moreno, descrivendoli come «ragazzi senza un disagio materiale, anche con buoni risultati scolastici, ma che sostanzialmente hanno paura del vivere sociale. Non sono depressi, non pensano al suicidio… si ritirano da un vivere sociale che non ha per loro alcun significato. Non hanno voglia di far niente perché niente ha significato, non c’è speranza perché tanto tutto finirà male. Dobbiamo chiederci dov’è che gli adulti hanno sbagliato? Io penso che ci sia un egoismo senile per cui la società italiana sta in mano a vecchi che fanno i giovanotti. Una risposta ? Esserci e testimoniare che una vita decente è possibile anche in questo mondo che non ci piace. Essere felici contro ogni evidenza». Ce ne aveva parlato Elisabetta Giustini, dirigente scolastica a Ostia e all’Esquilino, che già conta una decina di ragazzi che hanno fatto questa scelta fra i suoi studenti. «È un problema grosso che si sta affacciando, vivono in camera e molti di loro cercano poi anche una forma di dipendenza, dalla cannabis o dai videogiochi. Si sono tanto isolati da avere paura di uscire di affrontare il mondo reale. I genitori li ritirano da scuola ma quello è una parte del problema: al contrario noi abbiamo adottato questa strategia, c’è sempre a scuola qualche ragazzo più generoso, disponibile, e stiamo facendo in modo che questi alunni restino vicini ai compagni, che vadano da loro ogni pomeriggio a portargli i compiti anziché mandarli via Whatsapp e poi la mattina vanno a prendere i compiti fatti e li portano a scuola, è un modo per evitare la chiusura totale, per tenere vivo un filo che li colleghi al mondo esterno».

L’Ufficio scolastico dell’Emilia Romagna è il primo in Europa ad aver fatto una rilevazione a tappeto di quanti siano gli adolescenti “eremiti sociali”: l’ufficio scolastico regionale ha chiesto a tutte le scuole quanti siano gli alunni che non frequentano, “ritirati” in casa per motivi psicologici, presentando i risultati della ricerca a fine 2018. Si tratta della prima azione di rilevazione delle situazioni di ritiro sociale, e dei suoi prodromi, effettuata in Europa da una amministrazione scolastica su base regionale. All'indagine hanno risposto 687 istituti primari e secondari, di I e di II grado, distribuiti sul territorio dell'Emilia-Romagna. Sono 144 le scuole che hanno dichiarano di avere allievi che rientrano nella casistica oggetto della rilevazione, per complessivamente 346 ragazzi segnalati, di cui 20 alla scuola primaria (3 addirittura a 6 anni), 86 alla secondaria di primo grado e 240 alla secondaria di secondo grado.

Le 346 situazioni segnalate dalle scuole si riferiscono complessivamente a 164 alunni maschi e a 182 femmine, quindi con una prevalenza del sesso femminile, in controtendenza rispetto ai dati di letteratura provenienti dal Giappone; nella scuola secondaria di I grado si registra invece una prevalenza dei maschi (48 su un totale di 86 segnalazioni). La fascia di età a maggior rischio è quella di passaggio tra la scuola secondaria di I e di II grado: tra i 13 e i 16 anni si collocano 203 segnalazioni su 346, poco meno del 59% del totale. Un centinaio i casi in cui le assenze da scuola superano i 100 giorni. Il 67% degli alunni segnalati aveva, precedentemente, un rendimento scolastico da sufficiente a ottimo, mentre 231 allievi avevano un rendimento già insufficiente.

Sono stati rilevati ben 99 casi con uscite estremamente rare, 39 che già non escono mai di casa, 39 che escono solo con i famigliari e 15 che escono solo per curarsi. 63 i casi in cui nessuno viene accolto in casa, 68 quelli che in casa rimangono chiusi nella propria stanza e 20 che non vi fanno entrare nessuno, 46 quelli che usano compulsivamente il computer. «Le “ragioni” che i ragazzi adducono per il ritiro sociale sono diverse, ma ruotano sempre intorno al timore di fallire, di essere giudicati e derisi, o dal rifiuto di pressioni sociali ritenute eccessive e contrarie ai propri desideri o aspirazioni (ancorché questi ultimi possano poi apparire dall’esterno come velleitari e irrealistici)». Totale – si legge nel report – è «il disorientamento delle famiglie e del mondo adulto in generale, di fronte al fenomeno inusitato di ragazzi che non possono fare altro che vivere rinchiusi»: in 104 casi dalle famiglie non è giunta alla scuola «nessuna richiesta». Dirigenti e insegnanti e insegnanti parlato della “la crisi dei ragazzi d’oro”: ragazzi con buoni (a volte ottimi) risultati scolastici, ruoli sociali apparentemente efficaci e gratificanti, famiglie attente e premurose; ragazzi che, di fronte ad un problema apparentemente anche banale, all’improvviso si spezzano, vanno in frantumi e non trovano modo di ricostruirsi. In 145 situazioni le scuole hanno predisposto un Piano Didattico Personalizzato.

Da questa mappatura emerge che «a nulla servono, in taluni casi, la disponibilità offerta dalle scuole per mantenere le relazioni con ragazzi “ritirati”, mediante visita a casa dei docenti od utilizzo di connessioni social con i compagni di classe. Viene rifiutato non soltanto il rapporto con i docenti a scuola, ma anche a casa propria; viene rigettato pure il rapporto con i compagni, anche a distanza». Dicono le testimonianze raccolte che «purtroppo a nulla sono serviti gli interventi di neuropsichiatra, assistenti sociali e scuola per cercare di riavvicinare l’alunno alla scuola” o che «Da quanto riferito dai compagni, lo studente, pur risultando per molte ore (anche notturne) sui social durante il periodo di prolungata assenza, si è sistematicamente reso indisponibile ai tentativi effettuati dai compagni per stabilire un contatto». Qualche fortunata volta, però, l’aiuto sembra essere accolto e aprire la via ad una sia pur tenue speranza: «riesce a mantenere un contatto con la docente referente tramite WhatsApp, a venire qualche volta a scuola (ma non in classe) e ha piacere che i compagni gli scrivano, anche se non riesce a rispondere».

Quali sono le riflessioni conclusive del mondo scuola? «Il ritiro sociale, comunque lo si voglia classificare, ha a che fare con il problema dello sguardo dell’altro, lo sguardo che definisce chi sei, chi non sei, a che livello sociale ti poni, al limite che dice se esisti oppure no. Quante persone, anche adulte, oggi sostengono che non essere su Facebook significa non esistere? Così abbiamo di fronte due tipi di condotte sociali, per quanto riguarda lo sguardo altrui: quelli che si sentono vivi ed esistenti soltanto se guardati da qualcuno (possibilmente da molti) e gratificati dai like, oppure quelli che rifiutano di offrire il proprio corpo a questa visibilità (o perché ne rifiutano il modello o perché non si sentono all’altezza degli standard, per altro fallaci e fasulli) occultandosi nel buio della propria camera».

Il primo piano è quello educativo: «formare le nuove generazioni a relazioni sociali ed umane basate sul rispetto e sulla solidarietà». Il secondo piano di azione per la scuola «è costituito dalla costruzione di curricoli flessibili nell’ottica della personalizzazione»: «nei confronti di ciascuno dei propri ragazzi e dunque anche nei confronti dei timidi, dei silenziosi, degli spaventati, di quelli che anelano all’invisibilità, la scuola è chiamata ad essere porto sicuro ed accogliente, rispettoso e pacato, capace di ascolto e di supporto. Capace di contenimento». E infine «quando si appalesi una vera e propria fobia scolare, e poi una fobia sociale più o meno pervasiva, la scuola può proporre forme di insegnamento a distanza, di personalizzazione delle modalità di frequenza, nelle valutazioni, nella quantità dei materiali da studiare, cercando in ogni modo di tenere aperto un legame comunicativo con l’alunno. Si tratta di interventi non certo facili, né sempre possibili, in quanto spesso il rifiuto dei ragazzi ritirati è totale e non vogliono alcun rapporto con la scuola, neppure a distanza. Tuttavia occorre tentare. Davanti alla porta chiusa dietro cui una vita si annulla e cerca di scomparire, nessuno è autorizzato a lasciar perdere». Il 6 marzo a Bologna parte il ciclo di incontri “Le sfide dell’adolescenza: il fenomeno degli Hikikomori”, organizzato dall’istituzione “G.F. Minguzzi” della Città Metropolitana di Bologna con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale.


by Sara De Carli via Vita.it - Ultim'ora - News Feed

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Dall'Emilia Romagna la prima mappa degli hikikomori: 346
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