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Giovanni Moro: «La partecipazione è lo strumento per superare il populismo e la paura»

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Sogni, incubi, realtà. Questi gli snodi critici attorno ai quali, dall’11 al 14 ottobre, a L’Aquila, si articolerà il Festival della Partec...

Sogni, incubi, realtà. Questi gli snodi critici attorno ai quali, dall’11 al 14 ottobre, a L’Aquila, si articolerà il Festival della Partecipazione 2018 . Giunto alla sua terza edizione, il festival di quest’anno propone conferenze, workshop, spettacoli ed eventi guidati da un filo rosso ideale: riflettere sulla democrazia e la partecipazione civica «nell’era dell’incertezza».

Ne parliamo con Giovanni Moro, sociologo, autore di libri ben noti ai nostri (e suoi) lettori, da Cittadinanza attiva a qualità della democrazia (Bruno Mondadori, 2013) a Contro il non profit (Laterza, 2014). Fino al 2017 presidente di FONDACA, think tank europeo per la cittadinanza attiva, il professor Moro è oggi il suo responsabile scientifico. Ed è uno degli animatori del Festival (qui il link) promosso da ActionAid e Cittadinanzattiva, con il contributo di SlowFood e in collaborazione con il Comune dell’Aquila.

Professor Moro, come possiamo parlare di partecipazione in un tempo in cui sembrano prevalere la mobilitazione o l’acclamazione a mezzo social e il cosiddetto populismo digitale che, a ben vedere, è tutto fuorché partecipazione?
Andiamoci cauti. La partecipazione, nelle democrazie contemporanee, è sempre una pluralità di fenomeni. Non c’è solo la partecipazione elettorale o quella attraverso partiti, associazioni o comitati, c’è la partecipazione indiretta, ma c’è anche quella diretta attraverso i referendum. C’è anche, ci piaccia o no, una partecipazione digitale. Proprio perché il fenomeno è plurale, quindi non possiamo sottovalutare un aspetto, per valorizzarne o criticarne un altro. I dati della realtà, oggi, ci dicono che non c’è una crisi della partecipazione, come qualche volta ci viene raccontato. Ci troviamo, casomai, in una situazione completamente nuova. Una situazione che si preparava: i segni dell’esplodere di una rivolta contro le étites c’erano da alcuni decenni. Adesso la situazione è arrivata semplicemente a un suo apice. Proprio per questo, per dare non tanto un messaggio, quanto un contesto alle iniziative del Festival abbiamo sottolineato l’era dell’incertezza in cui democrazia e partecipazione devono misurarsi e sperimentarsi a vicenda.

Di che incertezza parliamo?
Non solo di un’incertezza di sentimenti. Ma anche di incertezza materiale, che riguarda la vita nei suoi piani bassi e nei suoi piani alti: il presente, il futuro, le speranze, le paure. Ma riguarda anche la dimensione politica, perché attiene a come può ancora funzionare la democrazia.

In questo contesto di incertezza avete messo in rilievo tre possibili declinazioni...
O reazioni: sogni, incubi, realtà. Dobbiamo dominare la situazione di incertezza. Dobbiamo starci dentro non come vittime, ma come soggetti capaci di capire e fronteggiare le situazioni, minimizzando i rischi e valorizzando le opportunità.

Sogni. Ci faccia un esempio...
Il sogno di una democrazia che funziona stando solo sul proprio divano, schiacciando un bottone e votando una legge, senza dunque la fatica del conflitto e della mediazione e del compromesso. Di rimando, anche l’idea di un ritorno all’ordine, con partiti puliti e giochi ordinati: una situazione ideale mai esistita.

Incubi?
Sono le situazioni in cui siamo vittime dell’angoscia per situazioni che, in sé, non possono non turbare, ma che dobbiamo capire prima ancora di stigmatizzare. Pensiamo a ciò che sta accadendo in Europa e ai suoi confini, dalla Repubblica Ceca all Turchia dove si sta configurando sempre più una post-democrazia: forme democratiche che minano i diritti stessi – di parola, pensiero, opinione - su cui si regge la democrazia. Questo incubo parte dall’idea, che circola sempre più, che i cittadini siano un ostacolo all’ordinato svolgimento della vita sociale.

Nel mezzo, c’è la realtà...
... con cui ci dobbiamo misurare – sia nel senso delle criticità, sia nel senso delle opportunità. Ma la realtà ci chiama alla complessità, che non è mai riducibile altrimenti diventa banalità.

Oggi, avanza sempre più l’idea che la realtà si possa leggere attraverso filtri interpretativi che riducono la complessità e, quindi, il carico di incertezza per il soggetto. Pensiamo alla questione dei rifugiati, che è un frullatore in cui inserire ogni problema: lavoro, deindustrializzazione, precarizzazione, malattie...
Magari fosse così semplice capire la realtà partendo da un singolo elemento. Purtroppo non è così e la realtà ci deve portare alla durezza di un momento in cui il Paese, l’Europa e in gran parte il mondo hanno problemi che immediatamente si riverberano sulla vita delle persone. Dall’altra parte, la realtà è anche il fatto che non è vero che non ci sono partecipazione, solidarietà, senso di comunità, capacità di capire che i problemi, anche personali, si risolvono tutti assieme. È importante non scambiare i sogni con la realtà, non scambiare gli incubi con la realtà e non prendere della realtà solo la scorza dura che la ricopre. La realtà va presa sul serio, tanto nei suoi aspetti critici, quanto nei suoi lati positivi. Lati che proprio la partecipazione mette in luce.

Un esempio?
Parliamo tanto di Costituzione, ma la più importante riforma della Costituzione fatta negli ultimi anni, parlo dell’introduzione del principio di sussidiarietà, è dovuto a un’iniziativa civica. Questo è lo spirito della partecipazione: non nascondere i problemi, ma metterli al loro posto. E risolverli tutti assieme.


by Marco Dotti via Vita.it - Ultim'ora - News Feed

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